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Alla scoperta di Dolceacqua, del suo “Rossese” e del..brandacujun!

Rossese

Durante il periodo storico denominato basso Medioevo, nell’Europa occidentale coabitavano due fazioni contrapposte: i guelfi e i ghibellini.

I primi erano sostenitori delle casate di origini bavarese e sassone dei Welfen e del potere papale mentre i secondi erano paladini degli Hoenstaufen della Svevia e dell’Impero.

La ricca repubblica marinara di Genova e la Liguria, sedi di antichi e potenti casati e alberghi, furono naturale teatro di questi conflitti. I Doria e i Grimaldi (i principi di Monaco – Montecarlo) si contesero a lungo il controllo sulle cittadine della riviera di ponente.

E’ in questo scenario che si sviluppa l’antico borgo di Dolceacqua, nell’imperiese, grazie al dominio dei Doria prima e della stirpe dei Savoia dopo.

La cittadina, resa indimenticabile dalla sua intrinseca bellezza e raccontata in almeno tre dipinti da Claude Monet dal 1884, è una perla incastonata nella Val Nervia.

Poco distante, si può ammirare un secondo borgo di rara attrattiva: Apricale, da sempre fornitore di legna per i cantieri navali della riviera, come probabilmente ricorda il veliero posto al centro dello stemma comunale.

Nelle valli tra i due antichi comuni liguri trovano sede naturale piccole vigne che regalano, grazie alle braccia e al lavoro di volenterosi e laboriosi agricoltori, vini straordinari, tra cui il “Rossese di Dolceacqua” e il “Vermentino”.

I disciplinari di produzione sono molto attenti e precisi con lo scopo di preservare la qualità dell’output. Le vigne di “Rossese” devono essere impiantate in zone collinari non superiore ai 600 metri e non di fondovalle, e tutte le operazioni legate alla produzione devono essere effettuate nei comuni specificatamente indicati.

Quando si beve un “Rossese di Dolceacqua” si colgono tutte le caratteristiche della zona: la sapidità del mare, il sapore degli arbusti tipici quali il rosmarino e il timo, delle spezie, dei frutti rossi e dei fiori, perfetto connubio tra natura di mare e di campagna.

Il “Rossese di Dolceacqua” è un vino che può essere bevuto anche da un neofita, essendo fresco e di facile beva, ma mai banale. Infatti la sua struttura è leggera e non vi è una grande presenza di tannini, anzi.

Malgrado questo il vino ha realmente un carattere proprio e riconoscibile, che svaria dalla sapidità al fruttato, dai profumi di arbusti e alla piacevole acidità all’amarognolo del finale.

La resa per ettaro è ovviamente molto bassa, sotto i 40 hl/ha, e il “Rossese di Dolceacqua” può essere abbinato sia a piatti di terra, come il coniglio alla ligure, cucinato, tra gli altri, con olive taggiasche, pinoli, cipolle, rosmarino, olio della Val Nervia o della riviera ligure, timo e alloro oppure anche con il pesce, soprattutto nelle versioni più giovani e se servito a temperatura fresca.

Una curiosità: se cucinate dei carciofi avete trovato il vostro vino. Infatti la struttura semplice e la bassa tannicità non si scontrano con il gusto dei carciofi, che tende a rovinare il sapore del vino.

Il “Rossese di Dolceacqua” può essere servito anche con una ricetta tipica e peculiare della zona: il “Brandacujun” (probabilmente i vini più adatti per questa pietanza restano il Vermentino o il Pigato, entrambi di bacca bianca).

E’ un secondo piatto formato da ingredienti “poveri”, almeno nei decenni passati, quali stoccafisso (merluzzo essiccato), patate, olive taggiasche, olio extravergine d’oliva e prezzemolo (ma si trovano versioni con limone, pinoli e pepe). La particolarità sta nel fatto che il tutto viene spappolato (brandacujun deriva dal verbo brandare).

L’associazione ideale tra arte&vino? Nessun dubbio: Piet Mondrian! L’artista olandese di Amersfoort dipinse per quasi tutta la vita dei quadri apparentemente semplici ma estremamente complicati nel contenuto.

Mai una curva, solo linee perpendicolari e solo colori primari: rosso, giallo e blu. Il risultato finale è sorprendentemente armonioso, pulito, introspettivo, affascinante.

Come lo sono questi luoghi situati nell’estremo lembo del suolo nazionale ad occidente, abbarbicati alla montagne con lo sguardo che punta diritto al mare, tra vigne e storia, dove è possibile trascorrere qualche giorno di relax unendo arte, sole, mare, cibo e ottimo vino.

Qui la famiglia “Labolani”, piccola produttrice, con il suo ettaro di terra (poco più di 3000 bottiglie all’anno), regala, grazie al lavoro delle sue mani, un “Rossese di Dolceacqua” pieno, armonioso e ricco di sapori (a dir il vero è ottimo anche il loro Vermentino).

Gli stessi sapori di una terra che trasuda di storia, di arte, di mare, semplice e divertente al primo sguardo (la riviera) ma estremamente complessa al suo interno. Come un quadro di Mondrian.

In ogni caso, un capolavoro.

P.S. Cosa aspettate? Non vi resta che prenotare qualche giorno in un agriturismo a Dolceacqua o Apricale e trascorrere qualche momento di serenità. E di buon vivere.

 

.labola

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