Barolo no name

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Vino Barolo no name (o simili): elenco delle offerte di Maggio 2024

Bestseller n. 2
Borgogno - Langhe Nebbiolo Doc "No Name" 0,75 lt.
  • Bottiglia da 75 cl
  • Profumo fine, delicato e persistente con sentori che ricordano la fragolina di bosco e il lampone; gusto gradevolmente amarognolo, vellutato, leggero e pieno allo stesso tempo
  • Vitigno: nebbiolo
Bestseller n. 3
Borgogno Langhe Nebbiolo DOC"No Name" 2017 Magnum 1,5 Litri Astucciato
  • Nasce come Barolo, il No Name di Borgogno, e viene in seguito “declassato” a vino senza nome dal produttore Oscar Farinetti, in segno di ribellione agli eccessivi vincoli burocratici.
  • Essendo nato come Barolo, questo rosso è interamente composto da uve Nebbiolo provenienti dai vigneti nei dintorni del paese di Barolo. Matura in botti di rovere di Slavonia per almeno 3 anni ed affina per almeno altri 2 in bottiglia.
  • Il suo colore oscilla fra il rosso rubino e quello granato. Al naso, esprime complessità attraverso le note speziate e l’impronta di una frutta che va dal lampone in confettura alle scorzette di arancia, fino a regalare qualche traccia di tamarindo. Un ricordo terroso di sottobosco apporta un tocco scuro al bouquet. La trama tannica coesa si inserisce in modo molto equilibrato su un corpo pieno, dotato di buona freschezza. La persistenza vira sul frutto.
  • Ottimo per accompagnare un brasato., piatti a base di tartufo bianco e della cucina Piemontese.
  • Vino dal particolare processo di affinamento, infatti le uve 100% Nebbiolo, affinano in un primo momento per 36 mesi in botti di rovere di Slavonia, trascorso questo periodo il vino viene imbottigliato e lasciato riposare per 6 mesi, successivamente viene trasferito nuovamente in botti, questa volta botti piccole dove trascorrerà altri 36 mesi di affinamento, terminato questo periodo il vino viene imbottigliato nuovamente e prima di essere messo in commercio riposerà minimo 6 mesi in bottiglia.

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Origini del Barolo

Fino a poco tempo fa si credeva che fino alla metà dell’Ottocento il Barolo fosse stato un vino dolce. Ciò era attribuito al fatto che la maturazione dell’uva nebbiolo a fine ottobre significava un costante abbassamento delle temperature al momento della vendemmia. Entro novembre e dicembre, le temperature in Piemonte sarebbero state abbastanza fredde da arrestare la fermentazione, lasciando una notevole quantità di zuccheri residui nel vino. Un’altra credenza popolare era che a metà del XIX secolo, Camillo Benso, conte di Cavour, il sindaco di Grinzane Cavour, invitò l’enologo francese Louis Oudart nella regione del Barolo per migliorare le tecniche di vinificazione dei produttori locali. Utilizzando tecniche mirate a migliorare l’igiene della cantina, Oudart è stato in grado di far fermentare il mosto di nebbiolo completamente asciutto, realizzando il primo Barolo moderno. Questo nuovo vino rosso “secco” divenne ben presto uno dei preferiti dalla nobiltà torinese e dai Savoia, dando origine alla descrizione popolare del Barolo come “il vino dei re, il re dei vini”.

L’idea che il Barolo fosse un vino dolce e che ci volesse un enologo francese per trasformarlo in un vino secco è stata recentemente messa in discussione, sulla base di nuove ricerche, da Kerin O’Keefe. Secondo questa revisione della storia del Barolo, Paolo Francesco Staglieno è stato responsabile della moderna versione secca. Fu autore di un manuale di enologia, Istruzione intorno al miglior metodo di fare e conservare i vini in Piemonte, pubblicato nel 1835. Fu Staglieno ad essere chiamato da Camillo Benso, conte di Cavour, che lo nominò enologo nella sua tenuta di Grinzane tra il 1836 e il 1841. Il compito di Staglieno era quello di produrre vini di qualità, orientati all’invecchiamento e abbastanza stabili da poter essere esportati. Staglieno faceva fermentare i vini a secco, cosa che all’epoca veniva chiamata “metodo Staglieno”. Oudart era un commerciante di uva e vino, non un enologo, che all’inizio dell’Ottocento si trasferì a Genova e fondò una cantina, la Maison Oudard et Bruché. Quando Oudart arrivò ad Alba, il re Carlo Alberto e Cavour stavano già seguendo le linee guida di Staglieno ed entrambi producevano vini secchi. Questa versione riveduta della storia del Barolo fu accolta positivamente da altri esperti.

A metà del XX secolo la produzione di vino nella zona del Barolo era dominata da grandi commercianti che acquistavano uve e vini da tutta la zona e li miscelavano. Negli anni ’60, i singoli proprietari iniziarono a imbottigliare in azienda e a produrre i vini dei singoli vigneti delle loro aziende. Negli anni ’80 si è avuta un’ampia gamma di imbottigliamenti di singoli vigneti, che ha portato ad una discussione tra i produttori della regione sulla prospettiva di sviluppare una classificazione Cru per i vigneti della zona. La catalogazione dei vigneti del Barolo ha una lunga storia che risale a Lorenzo Fantini alla fine dell’Ottocento e a Renato Ratti e Luigi Veronelli alla fine del Novecento, ma dal 2009 non esiste ancora una classificazione ufficiale all’interno della regione, ma nel 1980 la regione nel suo complesso è stata elevata a DOCG. Insieme al Barbaresco e al Brunello di Montalcino, il Barolo è stata una delle prime regioni vinicole italiane ad ottenere questa denominazione.

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