Enogastronomia

Facciamo un po’ di chiarezza sul “Biologico”

biologico

Da qualche anno, nelle cassette di legno e sugli scaffali dei supermercati o nei negozi appositamente creati, troviamo prodotti associati al termine “biologico”, principalmente frutta e verdura.

Ma non solo: oramai il biologico si è esteso a molte altre tipologie alimentari, tra cui bevande quali la birra o il vino, il miele, fino ad arrivare alla cosmetica e ai detersivi per il bucato e per i pavimenti.

Tutti questi articoli sono accumunati da un prezzo e a una qualità superiore alla media. Ma sarà sempre così? Proviamo a fare un po’ di luce sul concetto di “biologico”.

Esiste una guida internazionale al “movimento biologico”?

La I.F.O.A.M. (Federazione internazionale dei movimenti per l’agricoltura biologica), istituita nell’Ile de France, a Versailles, nel novembre 1972, è una “organizzazione non lucrativa”, attualmente con sede a Bonn, che sostiene e detta i principi dell’agricoltura biologica.

Ma che cosa vuol dire agricoltura biologica?

Spesso la parola “biologica” crea un po’ di confusione in quanto potrebbe, lato sensu, ricomprendere la maggior parte delle produzioni agricole.

In realtà l’agricoltura biologica rappresenta quel piccolo, ma costantemente in crescita, sottoinsieme delle attività agricole, che rispetta alcuni parametri dettati dall’ I.F.O.A.M. e dalle direttive e dai regolamenti comunitari (Reg. CE 834/2007 e 889/08 e ss.mm.ii.).

La definizione di agricoltura biologica è molto semplice ma, purtroppo, ancora poco conosciuta al grande pubblico: vale a dire identifica una tipologia di coltivazione e di allevamento che si autoalimenta e che rispetta pienamente la natura, utilizzando sostanze naturali e sostenendo tutti i rischi del non utilizzo delle sostanze chimiche, quali sono pesticidi e diserbanti.

Inoltre, viene consentito l’utilizzo del solo concime naturale, prodotto da animali che pascolano in ambienti naturali di dimensioni corrette rispetto al numero e che possano cibarsi di erba a km 0, presente nei prati collinari o di montagna.

Quali sono i parametri I.F.O.A.M. per poter definire un’attività agricola “Biologica”?

L’obiettivo dell’ong I.F.O.A.M. e delle direttive e dei regolamenti europei inerenti l’argomento sono finalizzati alla creazione di aziende che godano di un modello agricolo autosufficiente e a KM 0, che rispettino i tempi e la fertilità media del terreno e non ricorrano all’uso di sostanze inquinanti.

In effetti in agricoltura è d’uso l’utilizzo di “forzature” al fine di accrescere la produzione, di migliorarne l’aspetto o semplicemente per anticiparne la maturazione. Inoltre, come elemento protettivo delle piante, possono essere utilizzati i pesticidi (altresì chiamati antiparassitari), al fine di sterminare la proliferazione dei parassiti di origine animale e vegetale.

Un’agricoltura biologica rifugge da tutti questi aspetti “artificiali” con l’intenzione di ottenere un prodotto sano, stagionale e senza utilizzo di sostanze chimiche a supporto.

Da quando si può definire un vino “Biologico”?

Dal 1 agosto 2012 sulle etichette dei vini biologici appare il tanto agognato termine “Biologico UE”.

Motore del riconoscimento sono state le cantine tedesche e austriache, ancorché anche le vigne italiane producessero, già da anni, vini da “uve biologiche”.

Si può definire il “Biologico” un settore in crescita?

Certamente. Se si studia l’andamento del settore dal 2000 ad oggi si scoprirà un costante aumento del consumo di prodotti biologici, eccezion fatta per il periodo compreso tra il 2005 e il 2007, nel quale si è assistito a un assestamento delle percentuali.

Successivamente, mentre l’Europa e il mondo piombavano in una delle peggiori crisi economiche dell’era contemporanea, il settore “biologico” ricominciava a crescere arrivando a raggiungere, in Italia, il 3% di incidenza sul totale delle derrate alimentari e superando il miliardo di euro di fatturato.

Quali sono i difetti e i rischi del “biologico”?

L’agricoltura biologica resta ancora un settore élitario, vuoi sia per i prezzi medi ancora elevati che per la mancanza di una cultura alimentare diffusa e adeguata, che indirizzi il consumatore verso la convinzione che spendere per seguire una dieta sana, composta di prodotti genuini, sia necessaria al fine di accrescere la qualità della vita di tutti noi.

L’unico rischio è che qualche disonesto approfitti del biologico per smerciare prodotti non adeguati agli standard di legge, approfittando di un margine di guadagno superiore.

Per fortuna del consumatore però, i procedimenti per l’ottenimento della qualifica di “prodotto biologico” sono lunghi e costellati di severi controlli delle autorità preposte.

Quindi stiamo tranquilli e iniziamo a consumare usando la testa.

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