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I grissini, una storia tutta torinese

grissini

I grissini, gastronomicamente parlando, sono forse uno dei simboli torinesi più famosi al mondo.

Sull’origine del celebre grissino circolano diverse versioni. Quella più “storica” fa risalire la sua nascita alla seconda metà del 1300. In quell’epoca il pane si vendeva ad unità e ad ogni unità corrispondeva un soldo.
A causa dell’inflazione, questa unità di pane si andò sempre più assottigliando fino a trasformarsi in “gherssin”, piccola grissia, ovvero piccola forma di pane.

La versione più leggendaria, invece, lega la nascita del grissino a Vittorio Amedeo II. Quando a nove anni divenne duca di Savoia, la sua salute cagionevole spinse la madre a rivolgersi al medico di corte. La cura per Vittorio Emanuele fu identificata, infine, in una dieta composta da pane molto digeribile. Pare, infatti, che il piccolo duca non digerisse la mollica del pane. Il panettiere Antonio Brunero, seguendo le indicazioni del medico di corte, inventò nel 1679 appositamente per il giovane duca la ricetta del grissino, che da allora riscosse grande successo e popolarità.

Pare che il grissino fu apprezzato persino da Luigi XIV, re di Francia che tentò di imitarlo invitando a corte due artigiani torinesi che però non riuscirono, però, a riprodurre la ricetta. Re Carlo Felice li amava così tanto che li sgranocchiava al Teatro Regio.

Sembra che anche Napoleone Bonaparte mangiasse grissini, che chiamava “petits bâtons de Turin”,  poiché li riteneva ottimi per curare la sua ulcera. Istituì persino un servizio di corriera fra Torino e Parigi prevalentemente dedicato al trasporto dei grissini.

Digeribili e conservabili a lungo, i grissini sono molto apprezzati anche oggi. Ne esistono anche diversi tipi aromatizzati. La forma di grissino tradizionale è il robatà, che in piemontese significa “arrotolato”. La sua lunghezza varia dai 40 agli 80 cm ed è riconoscibile per la sua nodosità. Il robatà di Chieri è incluso nella lista prodotti agroalimentari tradizionali italiani del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali. Sono considerate zone di produzione classica del robatà anche il Torinese, la zona di Andezeno e il Monregalese.

Più recente è invece lo stirato, la cui pasta, invece di essere arrotolata, viene allungata, conferendo una maggiore friabilità.

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