Rubrica Agroalimentare

ll caporalato, una catena da spezzare

Il caporalato

Il caporalato, nell’accezione originaria del termine, è un antichissimo sistema di organizzazione del lavoro agricolo temporaneo, svolto da braccianti inseriti in gruppi di lavoro (squadre) di dimensione variabile (da pochi individui a diverse centinaia).

Esso si basa sulla capacità del “caporale” (che può essere un dipendente del proprietario del fondo agricolo oppure un operatore indipendente) di reperire la manodopera adatta, per le prestazioni necessarie agli imprenditori agricoli di una determinata zona, di condurla sul fondo e di dirigerla durante l’attività lavorativa, tutto questo in maniera del tutto illegale.

Il presidente Coldiretti, Roberto Moncalvo, in questi giorni ha affermato che insieme a Focsiv (Federazione Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontario), e alle istituzioni governative quali Ministero degli interni, Ministero del lavoro e politiche sociali, Ministero delle politiche agricole, nelle persone rispettivamente di A.Alfano, G.Poletti, M.Martina, è pronto ad una collaborazione dedita al contrasto del caporalato, per restituire la giusta dignità a questi lavoratori vessati.

Il caporalato è un problema che si presenta ogni anno in questo periodo con la raccolta dei pomodori, con lo sfruttamento di manodopera per lo più extracomunitaria, ed è palesemente operato in regioni del sud come Puglia e Campania.

Il protocollo d’intesa di Coldiretti prevede progetti di diversa natura, come la costruzione in Puglia (dove il fenomeno è maggiormente attuato) di una cittadella di ospitalità, dove chi vi entrerà oltre ad avere vitto e alloggio dignitosi, verrà messo in regola per il periodo della raccolta contrastando così l’azione del caporalato e dunque del lavoro in nero.

Occorre contrastare senza tregua lo sfruttamento che colpisce spesso la componente più debole dei lavoratori agricoli, con pene severe e rigorosi controlli, ma serve anche una grande azione di responsabilizzazione di tutta filiera, dal campo alla tavola, per garantire come ha sostenuto Moncalvo che dietro tutti gli alimenti, italiani e stranieri, in vendita sugli scaffali, ci sia un percorso di qualità (filiera) che riguarda ambiente, salute e lavoro, con una equa distribuzione del valore che non è possibile se le arance nei campi sono sottopagate a 7 centesimi al chilo e i pomodori poco di più.

Spezzare dunque la catena dello sfruttamento, che sottopaga i prodotti agricoli e il lavoro nei campi e provoca la sofferenza, l’emarginazione e il caporalato, è una priorità.

Su questa linea di principio operano alcuni enti di certificazione, che monitorano e supervisionano l’intera filiera produttiva, sotto il profilo della sicurezza alimentare, dell’ambiente e della salvaguardia dei diritti dei lavoratori lungo la catena produttiva, è il caso Social Footprint.

Un’altro obiettivo della Coldiretti insieme alla FOCSIV è l’impegno di collaborazione nei Paesi di origine (maggiormente nord e centro Africa) a contribuire alla realizzazione di 38 interventi di agricoltura familiare nelle aree più povere del mondo a sostegno di più di 100.000 famiglie di contadini per evitare la migrazione verso i Paesi più ricchi dove spesso li attendono la sofferenza, l’emarginazione e il rischio del caporalato.

Dunque, l’impegno per ”spezzare questa catena” sarà quello di utilizzare tutte le forze disponibili, le risorse, e le sinergie congiunte, nella massima trasparenza possibile, per contrastare lo sfruttamento del caporalato e diffondere legalità e onestà tra gli operatori agricoli.

Oggi molti di questi hanno assunto regolarmente circa 1milione di lavoratori, di cui il 30% extracomunitari provenienti da diversi paesi del globo.

Marcello Tata.

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