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La perfezione non esiste? Forse non hai mai sorseggiato il Brunello di Montalcino..

perfezione

Il XX secolo verrà per sempre ricordato come il periodo della pittura informale. Movimenti quali il cubismo, il surrealismo, il dadaismo, il suprematismo fino alla pop art e al graffitismo, modificheranno per sempre il modo di creare arte.

Sulla tela compariranno scomposizioni, linee, disegni geometrici, rappresentazioni surreali, tagli o squarci, collages mai visti prima, fino alla presentazione di una tela monocolore, se non addirittura completamente bianca.

Nasce così il monocromo, una tipologia d’arte che è stata sviluppata grazie alla ricerca sperimentale di grandissimi artisti internazionali, spesso dei veri e propri innovatori dei loro tempi. La ricerca del monocromo, pur occupando tutto il secolo XX, si è concentrata maggiormente alla fine della seconda guerra mondiale e ha avuto tra i suoi fautori molti pittori europei e nord americani.

Probabilmente per gli artisti che produssero i primi studi alla fine degli anni ’40, la tela monocolore raffigurava un punto di partenza verso una nuova pittura e un nuovo mondo, tutto da ricreare. Il secondo conflitto mondiale aveva infatti provocato decine di milioni di morti e la tela bianca rappresentava un inizio verso una nuova società basata sui principi contrapposti a quelli delle dittature totalitariste, che avevano sconvolto l’Europa.

In Italia, i principali artisti che si cimentarono con il monocromo furono A. Burri, P. Manzoni, L. Fontana, M. Schifano, E. Castellani, A. Bonalumi e molti altri ancora. Tutti con il loro modo peculiare di fare arte, Burri con i sacchi bruciati e i cellotex di colore nero o rosso “sangue”, Manzoni con le accumulazioni di materiali, Fontana con i suoi celeberrimi tagli, Castellani e Bonalumi con le estroflessioni.

Qualcuno di voi si starà chiedendo cosa mi abbia spinto a paragonare, in questo articolo e nel mio libro “Arte&Vino. Associazioni temerarie di un appassionato”, il “Brunello di Montalcino” al “Monocromo”.

Si potrebbe pensare perché, ad esempio, i “Cretti” di A. Burri, opere in caolino e creta che venivano fatti essiccare al sole fino a quasi a spaccarsi, in qualche modo rassomigliano alle “crete” tipiche di una parte della zona intorno a Siena.

No, in realtà non è solo questo che mi ha ispirato. Ma un concetto sicuramente più profondo e di riflesso assolutamente filosofico. La nozione di “perfezione”. E’ indubbio che il “Brunello di Montalcino” sia un vino che, per le sue caratteristiche e per l’attenzione con il quale viene prodotto, rasenti la perfezione.

Il metodo di produzione, la cura continua con cui i viticoltori ricercano un vino sempre di qualità migliore, mi fanno rimembrare tale concetto. Un esempio lampante lo possiamo ritrovare nelle produzioni della “Fattoria dei Barbi”, con sede a Montalcino dal XVIII° secolo.

Guidata da un erede di una antica famiglia senese, proprietaria di terre dal XIV secolo d.C., si è sempre distinta per la ricerca di produzioni di alto livello, offerto ad un prezzo ragionevole. E’ il caso del Brunello di Montalcino “Vigna del Fiore”, creato nel 1981 per festeggiare il cinquantesimo compleanno della signora Francesca Colombini.

In generale, quando si dedica una bottiglia a un membro speciale della famiglia, si ricerca la perfezione. Infatti il “Vigna del Fiore” è un vino rosso elegante, ricco ma estremamente bilanciato ed armonico, che racconta l’essenza della Toscana ed esprime il meglio di Montalcino.

Un vino del genere trova sempre la giusta collocazione durante un pasto. Ideale con la carne rossa, esprime il meglio con gli arrosti, gli stufati e la carne alla griglia. Si consiglia di degustarlo accompagnandolo con la carne dei vitelli della Val di Chiana (la famosa razza Chianina) oppure con un piatto tipico senese quale la tagliata di manzo, da servire insieme alla rucola, rigorosamente al sangue.

Se ne rimane un bicchiere, è perfetto anche come vino da meditazione, da sorseggiare lentamente durante i nostri discorsi più elevati. Comunque sia, il Brunello di Montalcino lascia, il fortunato assaggiatore, estasiato.

E la perfezione nell’arte? Taluni potrebbero citare la “Madonna del cardellino” di Raffaello Sanzio, altri un “cesto di frutta” di Michelangelo Merisi da Caravaggio. Il “monocromo” è un’opera differente da queste.

Cosa c’è infatti di migliore di una tela bianca, colore che è intrinsecamente teso verso la perfezione? Ma cosa intendiamo per perfezione? In generale alcuni dizionari ripropongono una definizione nella quale si definisce una cosa perfetta se è assente da difetti. Oppure un bene che non potrà avere successive evoluzioni migliorative.

In questi casi, a mio avviso, come possiamo facilmente comprendere, ci troviamo dinanzi ad un concetto statico e relativo di perfezione, nel senso che sarà così fin quando sarà costante la tecnologia in essere nel mondo o non si modificheranno i gusti e le mode del momento.

Viceversa solo nelle scienze esatte possiamo ritrovare un esempio di perfezione assoluta. Un numero è perfetto quando la somma dei suoi divisori, eccetto il numero stesso, è uguale al numero stesso. (Provate con 8128).

Il mio concetto di perfezione è piuttosto semplice. E’ nelle cose che donano una sensazione unica, che esaltano tutti i sensi, che creano stupore, piacere, che stimolano l’intelletto, con la voglia di scoprire, di pensare, di fare. Una cosa perfetta deve trasmettere sempre qualcosa di unico, non edulcorato, non deturpato o violentato dall’azione umana.

Quando quegli artisti sono arrivati a concepire una tela bianca, o monocolore, volevano mostrare al mondo innanzitutto qualcosa di puro, quasi perfetto. Totalmente perfetto no, perché l’uomo è imperfetto per natura, ed è per questo che troviamo in quelle opere tagli, estroflessioni, spaccature, pittura materica di differente entità, buchi, etc., perché l’uomo può solo aspirare alla perfezione, ma non raggiungerla.

O forse no. Basta sorseggiare un buon bicchiere di “Brunello di Montalcino D.O.C.G. “Vigna del Fiore” della Fattoria dei Barbi e per qualche istante, quella sensazione di perfezione, pervaderà il fortunato degustatore.

Fotografie: Marco Savino

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