Enogastronomia

Opportunità e rischi della globalizzazione del gusto.

globalizzazione

La globalizzazione è il fenomeno sociale, economico, culturale e politico che sta caratterizzando il mondo d’oggi.

Le più facili interdipendenze tra i diversi stati sono state agevolate dallo sviluppo delle nuove tecnologie, quali internet, gli smartphones, etc., e dalla riduzione dei vincoli burocratici, che hanno permesso a imprenditori e lavoratori di spostarsi rapidamente e proficuamente nel mondo.

Inizialmente però in pochi hanno compreso che questo processo avrebbe interessato anche la cultura e con essa anche il settore del food&beverage.

Ad aiutarci a comprendere meglio come la globalizzazione del gusto stia modificando gli acquisti dei consumatori mondiali sarà Pasquale Padalino, pugliese di nascita e di formazione ma residente, da alcuni anni, nella città più cosmopolita d’Europa: Londra.

Pasquale è co-fondatore e direttore dell’agenzia Britaly ltd, che ha come scopo quello di promuovere l’eccellenza italiana in Gran Bretagna aiutandola nella logistica, nelle strategie di mercato e nello sviluppo di nuovi canali di vendita.

La sua storia inizia da un piccolo negozio, di proprietà dei genitori, che vendeva materiale elettrico, lampadari e piccoli elettrodomestici.

Fu uno dei primi “visionari” a comprendere l’importanza crescente dei computer, e iniziò a stringere rapporti con le grandi aziende italiane e americane, quali Olivetti e IBM fino a fondare la Mediatronic, società della grande distribuzione che, in breve, ottenne grandi risultati in termini di fatturato.

Successivamente, ha lavorato per un anno per alcuni distributori inglesi di origine italiana per comprendere velocemente i meccanismi che regolano il mercato dell’import e della distribuzione locale scoprendo leve, abitudini, e meccanismi del tutto sconosciuti alla maggior parte degli addetti.

Fino al 2013, anno in cui Padalino ha aperto un’agenzia di rappresentanza, con sede a Londra.

Buongiorno, crede che esista un mercato florido per le eccellenze italiane in Gran Bretagna?

Credo che spazio ce ne sia. Purtroppo in tanti sprecano tempo e denaro in iniziative poco interessanti. E’ necessario rivolgersi a esperti del settore al fine di ottenere un risultato positivo in termine di utile e fatturato. I principali attori a cui si rivolgono solitamente i produttori, grossisti e distributori ed in generale qualsiasi buyer estero, sono la causa principale dell’insuccesso, in quanto non hanno la capacità di assorbire al giusto prezzo i prodotti italiani.

Crede che i piccoli produttori regionali siano pronti per esportare i loro prodotti in Gran Bretagna?

Non del tutto. Esistono varie problematiche da superare, quali ad esempio la scarsa disponibilità economica, l’approccio errato al mercato, la logistica, l’etichettatura, il packaging, ma soprattutto la scarsa visibilità sui nuovi mercati e la mentalità antiquata del singolo imprenditore.

La grande distribuzione britannica è attenta alle piccole realtà regionali italiane?

No. I grandi canali di distribuzione prediligono i grandi marchi delle multinazionali italiane. Un esempio è il caso della pasta. In Italia esistono migliaia di produttori ma in G.B. si trovano principalmente marchi storici quali Barilla o De Cecco. Inoltre la GDO (Grande Distribuzione) non ha sufficiente spazio sugli scaffali per un maggiore numero di prodotti italiani perché deve tenere conto anche dei prodotti di altre comunità straniere, che per il mercato estero sono importanti quanto quelle italiane.

Qual è la situazione dell’export per il vino italiano in G.B.?

Per il vino il discorso si complica ancor di più perché in Inghilterra la nostra offerta è esagerata rispetto alla richiesta del mercato. Inoltre ci dobbiamo confrontare anche con i francesi, gli spagnoli, gli australiani, i sudafricani, i neozelandesi, etc., etc.. Ogni nuova proposta, per avere successo, deve essere calibrata e resa unica da un professionista del settore.

Come vede il futuro dei prodotti enogastronomici italiani? Esistono dei pericoli?

Oggigiorno si stanno affacciando minacce impensabili fino a qualche tempo fa per i prodotti tipici italiani. Ad esempio la Britaly ha da poco terminato una ricerca per una azienda lombarda sui consumatori vegani e gluten free.

La ricerca ha messo alla luce che il consumatore del futuro, mediamente giovane ed acculturato, è molto più preoccupato a consumare prodotti che siano organic,(cioè biologici), e vegani, (cioè completamente privi di tutto ciò che è legato all’utilizzo degli animali).

Questi consumatori non scelgono di mangiare in base alla nazionalità o regionalità perché l’offerta è ancora troppo limitata e quindi consumano tutto ciò che è vegano, siano prodotti spagnoli, messicani, giamaicani, libanesi, turchi o italiani e molto spesso in un singolo piatto si trova un mix di tutte queste culture, facendo perdere così l’identificazione territoriale di un prodotto o di una ricetta.

La tradizione italiana è però ricca di prodotti naturalmente vegani..

Certo. Fortunatamente la cucina italiana è ricchissima di ricette vegane: pasta, legumi, verdure di ogni genere, olio, pomodori, frutta e perché no vino vegano, ma, purtroppo, difetta la comunicazione di ciò, il marketing corretto che stimoli queste tipologie di acquisti, che nelle metropoli come Londra stanno raggiungendo quantità sempre più elevate. Altri paesi sono molto più avanti dell’Italia, non nella qualità, ma giustappunto nella comunicazione.

Oltre al mangiare vegano, come sono cambiati i gusti dei consumatori internazionali?

In generale, per quanto riguarda il food di prodotti di eccellenza italiani, il consumatore internazionale è diventato più consapevole e quindi, come abbiamo già detto più volte, è sempre più alla ricerca di prodotti italiani di qualità e di nicchia. Basta farglieli trovare al posto giusto e al prezzo giusto.

E’ proprio per questo motivo che progetti come www.stayfood.it e come l’attività inglese di Pasquale Padalino stanno divenendo, giorno dopo giorno, sempre più importanti. Le nuove tecnologie permettono di arrivare ovunque, ma solo la giusta competenza e professionalità può garantire fatturato. E profitto. Anche con la globalizzazione!

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